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Come ci vedono...

Come ci vedono... - Ottavio Adriano Spinelli
Ottavio Adriano Spinelli visto da Fedele Mancosu, Elfo Taurinense...

 

C’era il satiro, il demone, l’angelo, l’erudito, il mago, la strega, il nobile,  il mercenario, l’attore, il poeta, il genio, lo scienziato,  il folle, il saggio, il bambino, l’anziano, l’artista, il letterato, lo scrittore, lo psicologo, il filosofo, il medico: l’Uomo. 739 anni di vita almeno nei suoi occhi dallo sguardo buono; che neppure lo sapeva quello sguardo ormai, che l’abitudine gli aveva segnato per sempre nelle orbite. La sua protezione era nell’assenza di protezioni, nell’essersi rivoltato nell’aperto, come scriveva Rilke, di cui , manoscritta, portava appresso una poesia. Trascriveva le poesie di Rilke, vi dico! E le vibrava come incantesimi in chiave di baritono, poggiato giusto il suono, in maschera, ed era un tuono! Tutt’uno con il cielo! Che tacevano in maniera inusuale anche i silenzi. Poi tornava a giocare vivace chiedendomi le quinte, quelle che ricompongono le armonie degli organi, mi diceva, come se effettivamente potesse, proprio lui, ancora partecipare alla vita ( o viltà?) animale. Proprio lui. Ci riprovava a prender una boccata di veleno di superficie. Che al di là dell’abisso, è piuttosto buio; e non si è in tanti a stappar bottiglie. Si è uno: si è nessuno. E prima è terribile. Poi è confortevole. Poi. Nel mentre, una cannuccia d’argento lunare, con attorcigliato il più ambizioso dei serpenti intorno, rifletteva  occhi convergenti sulla convessità all’avvicinarmi, e poi il bianco d’un piatto di luna piena  sui colli Euganei d’agosto. Ed era suonar Stravinskij de “L’uccello di fuoco” nell’attacco al cielo, dalla trincea, l’innalzarsi dei discorsi! Il volto del Poeta senza volto , perchè ogni volto riposava in lui: una moltitudine vi dico! Ma sempre tutti volti d’un solo volto: quello del Poeta: e lì c’erano i boschi, i mari, i monti, l’umanità, spiegava immoto; che per il venir meno del linguaggio, schioccava le dita per comunicar concetti senza parole, che la grammatica di quei sentimenti, ancora andava inventata per tradurla in parole da potersi leggere. Ma sarebbe nata morta, se fosse nata, che non serviva a nessun altro che agli dei: il dialetto locale del noumeno di ogni fenomeno. Bastava ricordarselo; e parlarlo, diceva. E, nel mentre dell’anamnesi, sporcarsi un po’ di vitaccia, visto che c’era; e riderne, e gioirne; e goderne più o meno. 

 

E poi via, l’indomani, verso S. Fedele Intelvi, a constatar personalmente lo svilupparsi d’un bocciolo innaffiato accuratamente da tempo, condurlo in quella che avrebbe riconosciuto un po’ prigione.

 

E vortici al cielo. 

 

La luna d’agosto, su quel ramo del Lago di Como, faceva l’indifferenza, negli intervalli di quinta che mi chiedeva, tra un biliardo ed un pianoforte  d’inizio novecento, guardando la valle sul Lago di Como dall'alto, facendo l'indifferenza la luna d’agosto, che, in quel mattino, neppure il ricordo. 

 

E tutto m’aveva dato di quel che potevo nutrirmi, nulla aveva chiesto in cambio, tutto aveva condiviso. 

 

Tra gli abbracci, si dissolveva il convivio nell’estasi. 

 

Beatrice sorrideva: “ Hai visto? come ti avevo promesso , ti ci ho portato da lui!” guardava materna, dicendomelo. “ Ho visto.” gioivo.

 

 

postato da: eruption93 alle ore agosto 08, 2009 04:50

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